Appunti per non occuparsi di droga facendo l'analisi chimica dell'acqua santa

Il cocainomane soffre di un deficit narcisistico, di un vuoto nel proprio IO, che non ha conosciuto né la delimitazione dagli oggetti precursori, né la comunicazione con questi, vivendo in un inconscio avvinghiamento simbiotico col proprio oggetto e spesso in dipendenza maniacale da questo.

Ogni richiesta d’identità che gli viene posta suscita in lui una paura arcaica, cui solo la coazione del consumo può dare una risposta.

Lo stesso mutamento delle funzioni psichiche nel consumo di sostanze psicotrope è sempre connesso a forti paure arcaiche, come quelle di soffrire. La premessa per poter vivere senza paura i mutamenti secondari indotti dalla sostanza è che l’IO reale del consumatore non sia completamente determinato dal bisogno di difesa dai conflitti inconsci e dalla paura ad essi connessa.

La cocaina, mutando i normali processi coscienti e annullando la gerarchia delle funzioni dell’IO in stato di veglia, non solo rende possibile la regressione a tipi arcaici di esperienza, ma suscita anche una maggiore fluidità tra i vari stati dell’IO come regressione funzionale, con una sottile linea di demarcazione fra regressione creativa e regressione patologica.

Non riesce il cocainomane a disporre di un IO dotato di una sufficiente stabilità e di adeguata elasticità in grado di dispensare il controllo della realtà dal dovere dell’autocritica, in modo che i pensieri possano seguire i principi della libido, evitando la sofferenza.

Come la situazione analitica, che mira a facilitare al paziente la libera associazione delle sue immagini, così anche la situazione del consumo di droga ha bisogno di una struttura sicura. Il consumo di droga è stato sempre associato, in tutte le civiltà, ad una configurazione rituale della situazione, che doveva garantire al consumatore la sicurezza indispensabile al successo personale. L’insuccesso inevitabile comporta reazioni di alterazione della personalità e spesso psicotiche, ma non nel senso che la droga stessa avesse indotto una psicosi, quanto la rivelazione di una situazione psicotica già esistente.

In una società in cui falsi credi hanno cercato sistematicamente di creare una separazione fra ispirazione e libido, ed il cui processo di civilizzazione si è sviluppato sulla base di un immagine che concepisce l’essere umano come strumento di affermazione e successo e gli concede il diritto di esistere esclusivamente come consumatore di beni non essenziali, la droga stessa è prodotto di consumo, in grado di produrre sofferenza come l’unico bene illimitato.

Il cocainomane è una persona che ha vissuto esperienze poco gratificanti o è incapace di coglierne.

Quando la sua realtà, il suo sociale, gli ha richiesto prestazioni ritenute al di sopra delle sue forze, l’IO è stato colto da "ansie" e "stati di sofferenza "derivanti fra l'altro dalla sensazione di inadeguatezza.

L’IO IDEALE non riesce a caricarsi perfettamente delle "richieste", comprese quelle irrealizzabili, che dall'esterno vengono imposte. Si definisce una triade, composta da IO REALE, IO IDEALE ed i rapporti dinamici dello stretto interpersonale, sicuramente alterata dalla fragilità dell'IO REALE, dal tono molte volte persecutorio, esigente, implacabile ed oppressivo dell'IO IDEALE, dalle richieste inesaudibili che provengono dall'esterno. E' possibile così l’organizzazione di sistemi e livelli di sofferenza diversificati, fra loro in relazione: — la sofferenza della duplice funzione della sostanza psicotropa come strumento di fuga ed integrazione; — la sofferenza di un feticcio affettivo carico di amore e di morte; — la continua incorporazione e distruzione della realtà attraverso la sostanza; — la percezione della ricercata onnipotenza continuamente distrutta; — la ricerca disperata di un oggetto d'amore; — una libido tutta introiettata; — un'angoscia primaria di colpa; — la continua riproposizione del processo di separazione-individuazione mai risolto; — una aggressività apparentemente alloplastica; — la sensazione di una solitudine senza fine; — la sofferenza della dissociazione fra realtà esterna e realtà fantasmatica; — la fusione con l'oggetto (sostanza); — la perdita del "senso delle cose"; — la mancanza della gratificazione dell'esterno; — il non potersi fidare di sé e degli altri; — il dolore della coazione a ripetere; — l'isteria fra l'apparire ed il "sentirsi dentro"; — lo stato di debolezza dell’IO.

Questi elementi determinano uno stato generale di sofferenza di cui molte volte il paziente non è cosciente, soprattutto quando è presente uno stato dominante di narcisismo, ma che con relativa facilità è in grado di penetrare. Si può affermare che proprio questo stato di sofferenza di fondo e generale è una delle determinanti della instabilità del carattere ed in particolare dei continui acting-out propri del suo comportamento.

Acting-out che il cocainomane vive come continui ed immediati adattamenti a situazioni per lo più sempre le stesse; in realtà rappresentano un tentativo infruttuoso di gratificazione attraverso l'atto, un accorpamento transitorio di cariche libidiche inespresse, tese allo sfuggire la sofferenza sempre troppo presente ed eccessiva per un IO debole e poco strutturato. La sofferenza è sicuramente poco riconosciuta e quando lo è viene dichiarata intrinseca al ruolo derivante ricercato e temuto. Il cocainomane produttore per eccellenza di tensione psichica e sociale è l'individuo meno in grado di affrontare una tensione diretta anche minima; questa caratteristica non solo lo rende completamente sopraffatto dalle tensioni, ma lo spinge alla ricerca della protettiva sostanza che sola permette di ristabilire le relazioni oggettuali senza rimanere oppresso dagli impulsi dell' ES.

Risiede in questo l’estrema delicatezza di una psicoterapia con i consumatori di sostanze psicotrope: ogni nucleo psicodinamico viene preservato strettamente dall'esterno, ed ogni intervento ben mirato determina immediatamente un aumento della tensione e l'inne¬scarsi di complessi difensivi.

Il paziente presenta molto spesso due tipi di tratti caratteristici rispetto al terapeuta, o di completo rifiuto e negazione o di piena e totale accettazione. Sono forme diverse di un'unica resistenza all'analisi, vista come pericolosamente produttrice di tensione, ed in effetti molto spesso il soggetto usa abilmente ricondurre il lavoro psicoterapeutico al suo essere tossicomane, negando la sua realtà di essere psichico. Anche i problemi sessuali generalmente sono negati nello stesso modo.

E'proprio nel tossicomane che ben si evidenzia come l'abitudine a negare si consolidi nella relazione madre-bambino delle, prime fasi di vita. Tale relazione tende a realizzarsi soprattutto attraverso regole tacite, volte a rendere difficile o impossibile la comunicazione del bisogno di aiuto del bambino. Spessissimo i tossicomani ricordano di aver chiesto disperatamente aiuto ma di non averlo trovato o persino di non averlo chiesto affatto nella convinzione di non poterlo comunque trovare. E' proprio la madre che maggiormente gioca il ruolo-chiave nello stesso insegnare al bambino a non riconoscere, a negare i suoi problemi. Se il bambino, qualsiasi cosa provi, saprà mostrarsi buono, tranquillo, allegro, la madre gli sarà vicina e gli manifesterà il suo affetto. In caso contrario lo "punirà". Invece di rispondere ai bisogni di questi la madre lo condiziona a negarli. In questo modo presto potrà dimenticarli anche lei: "mio figlio non mi ha mai dato problemi". Naturalmente anche la "cattiveria" della madre è funzione di un sistema più vasto.

Ella stessa non è né disponibile né in grado di fronteggiare i bisogni del bambino perché sente angosciamente insoddisfatti i suoi. Comprendendo il padre-marito assistiamo allora non ad un rimando di responsabilità, ma al delinearsi di un contesto perverso. Il bambino che ha imparato presto a limitarsi accettando, dovrebbe mostrarsi in seguito felice e coraggioso o almeno tranquillo fino a che le responsabilità familiari e sociali, la competitività, i desideri sessuali, uno stato generale di insoddisfazione divengono troppo forti per riuscire a tenervi testa soltanto con la strategia della negazione. E' a questo punto che ad un IO ne viene in aiuto un altro, strumentale, meccanico, esterno, un tossicomane lo definiva chiaramente con la sensazione di plastica, di sintetico.

Ritenendo la sostanza psicotropa almeno parzialmente sostitutiva dell' IO nel ruolo di mediazione, ci si rende conto della estrema difficoltà nell' abbandonarne l'uso. Anche se distruttiva, il tossicomane sa che senza sostanza si sentirebbe completamente sopraffatto, ha già provato cosa significa negare un IO che si era rivelato insufficiente, e per questo difficilmente accetta di lasciarne un secondo, ora che il primo sembra così irraggiungibile e più frustrante di prima.

La sostituzione di un IO sintetico all’IO REALE è nelle intenzioni del soggetto soltanto temporanea, per permettere, da una parte il superamento della tensione insopportabile, dall'altra una maggiore strutturazione dell'IO, e cioè, nelle intenzioni, simile ad un meccanismo retrogressivo: in realtà si rivela una profonda regressione, poiché le modalità di funzionamento dell'IO sintetico sono cosi diverse e contrapposte da quelle conosciute (di mediazione uno, di negazione, disso¬ciazione e oppressione l'altro) da contribuire infine allo sviluppo della debolezza primitiva. Nelle parole del tossicomane che dice: « Ma insomma, perché dovrei abbandonare tutto questo e tornare a pigiarmi negli autobus, a fare la fila per mangiare, a sentirmi pedina nelle mani di chi con me è alternativamente vittima e carnefice », c'è il senso di tutto questo.

E' anche nella richiesta di un brusco passaggio da un IO sintetico ad un IO REALE, che avviene nelle terapie di divezzamento, quando si tenta di lasciare la sostanza, parte degli insuccessi che si verificano.

E’ solo imparando a controllare prima l’IO sintetico e poi a farne a meno che si apprende a vivere con il proprio IO, ma è certo che la sostanza psicotropa è un potentissimo agente di cambiamento, di modificazione di realtà statiche e frustranti, ritenute non più sopportabili; la sostanza psicotropa, proprio per la sua azione di sostituzione, modifica profondamente: ed è per questo che il problema della tossicomania e la sua risoluzione è strettamente legato ad una nuova realtà di protagonismo e partecipazione reale e profonda. Il cocainomane abbandonerà la delega al suo IO sintetico soltanto nel momento in cui sentirà reale la possibilità di partecipare ed essere protagonista in se stesso e nel sociale.

Fernando Ferrauti

Direttore Dipartimento 3D

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