Neurobiologia della Dipendenza da Cocaina di Felice Nava

Il cocainomane è un tossicodipendente ed è tale a seguito degli effetti neurobiologici dell’uso cronico della sostanza.

La tossicodipendenza e l’alcolismo sono dei comportamenti disfunzionali e patologici complessi alla cui base vi sono gli effetti biologici della sostanza sul cervello, che è l’organo bersaglio delle droghe, la vulnerabilità individuale, che è fondamentalmente determinata da componenti genetiche, e il ruolo degli stimoli ambientali (Everitt e Robbins, 2005; Kreek et al., 2005).

Le più recenti evidenze scientifiche suggeriscono come la tossicodipendenza sia un comportamento disfunzionale appreso alla cui radice vi è una alterazione dei sistemi neurobiologici della gratificazione e della motivazione (Hyman et al., 2006; Koob e Le Moal, 2005).

Numerose sono le ricerche neurobiologiche che dimostrano come diverse aree cerebrali possono essere direttamente coinvolte nei meccanismi che portano allo sviluppo ed al mantenimento della tossicodipendenza (Schoenbaum et al., 2006).

Le aree prefrontali sono determinanti nel controllo degli impulsi; l’area del cingolo nei meccanismi che portano la persona a cercare compulsivamente la sostanza; l’area orbito-frontale nei funzionamenti che presiedono al controllo della motivazione; il nucleo accumbens e l’area ventrale tegmentale nella mediazione degli effetti gratificanti indotti dalla sostanza; e l’amigdala e l’ippocampo nella regolazione dei meccanismi di learning e memory.

La tossicodipendenza infatti può anche essere considerata un comportamento disfunzionale appreso (una sorta di learning e memory disease) dove i meccanismi di apprendimento primi fra tutti il condizionamento classico ed operante ed il modelling assumono una valenza indispensabile per lo sviluppo ed il mantenimento della malattia.

In un tossicodipendente e in un alcolista, sono molteplici gli aspetti comportamentali che possono essere letti ed interpretati secondo una comprensione dei meccanismi neurobiologici sottostanti.

La perdita da parte del dipendente da sostanze del controllo sulla sostanza può ad es. essere dovuta a:

  •  alla capacità del consumo cronico delle droghe di indurre una profonda ipoattività delle aree prefrontali,
  • la dedizione esclusiva dell’individuo verso la droga da una iper-responsività dell’area del cingolo agli stimoli strettamente legati alla sostanza,
  •  la compulsività nei confronti dell’uso ad una alterazione dei circuiti diencefalici dei gangli della base - che sono strettamente connessi con le aree corticali ed emozionali,
  • l’alterazione dei meccanismi della gratificazione come una mutata responsività del sistema dopaminergico meso-limbico corticale ai diversi stimoli premianti,
  •  l’instabilità emozionale come una risposta alterata dell’amigdala nel controllo degli stati affettivi,
  •  e la traccia mnestica delle effetti della droga come un prodotto dell’azione delle sostanze sui circuiti della memoria e dell’apprendimento che sono governati dall’ippocampo, dall’amigdala e dalla corteccia prefrontale.

Dal punto di vista neurobiologico è anche pensabile ipotizzare un substrato biologico al craving, cioè al desiderio incoercibile del tossicodipendente di assumere la sostanza. In una visione psicobiologica della dipendenza è possibile ipotizzare come sia estremamente potente la capacità delle sostanze di modulare la neurotrasmissione e la citoarchitettura neuronale, in modo da determinare quelle modificazioni comportamentali che stanno alla base dell’addiction (Robinson e Kolb, 2004).

La cocaina ad es. più di ogni altra sostanza, appare essere in grado di modulare la plasticità neuronale ed indurre quei cambiamenti morfologici e neurochimici che sostengono il comportamento d’uso. In particolare alcuni studi hanno dimostrato come l’uso cronico della cocaina sia in grado di determinare a livello neuronale un incremento delle spine dendritiche a livello del nucleo accumbens e di altre aree cerebrali (Robinson e Kolb, 1999; Samara et al., 2004).

Recenti evidenze scientifiche fanno emergere sempre più stretto il legame fra uso di sostanze e quella parte di cervello definito “emotivo”. Abbiamo già sottolineato come l’uso di sostanze sia in grado di alterare i circuiti neurobiologici che stanno alla base della motivazione e della gratificazione.

La motivazione è senz’altro il motore di qualsiasi tipo di comportamento finalizzato ed è governato da precisi meccanismi omeostatici. La motivazione in tutti i mammiferi, compreso l’uomo, è strettamente associata a determinati contesti che tengono conto di fattori sia interni che esterni all’organismo. Tutte le sostanze con il loro uso cronico sono in grado potentemente di indurre una alterazione dei processi omeostatici dell’organismo primi fra tutti quello della regolazione affettiva, della gratificazione e dell’attivazione dell’asse dello stress.

Questo spiega perché dal punto di vista clinico lo stato motivazionale della persona nella dipendenza da sostanze possa risultare determinante nell’influenzare il consumo e quindi anche la sua capacità ad interromperlo. In linea con l’ipotesi che tutte le sostanze siano in grado di alterare potentemente i circuiti neurobiologici della motivazione, diversi studi dimostrano come l’intervento motivazionale sia, di per sé, in grado di ridurre il consumo di sostanze e di cocaina, ed in particolar modo, in coloro che presentano all’inizio del trattamento un profilo motivazionale più basso (Rohsenow et al., 2004).

Numerose evidenze consolidate nel tempo dimostrano come la tossicodipendenza e soprattutto la dipendenza da cocaina possa essere vista fondamentalmente come una incapacità del soggetto di controllare le alterazioni dello stato affettivo strettamente conseguenti all’uso della sostanza e/o alla sua mancanza (Weiss et al., 2001).

I processi emozionali nell’uomo sono estremamente complessi e sono strettamente connessi a determinati fattori come la percezione del piacere e del dolore e l’attivazione e la regolazione degli stati affettivi (Panksepp, 1998). E’ storicamente riconosciuto come nei primati la regolazione degli stati affettivi siano governati da diversi sistemi neurotrasmettitoriali fra cui un ruolo determinante lo gioca il sistema oppioide (Panksepp, 1998). E’ anche dimostrato come la socialità, intesa come l’appagamento da parte dei mammiferi nello stare in compagnia con altri individui della propria specie, sia potentemente legato alla regolazione degli stati affettivi ed emotivi e possa risultare potentemente correlato all’attivazione del sistema gratificante. Questa evidenza spiega come l’attaccamento del cucciolo verso la madre, attraverso l’attivazione di specifici circuiti neuronali, fra cui il sistema dei peptidi oppioidi, l’ossitocina e la prolattina, possa essere alla base della formazione di quel legame sociale che è indispensabile per un sano sviluppo (Panksepp, 1998).

Secondo la nota teoria dell’attaccamento è ipotizzabile pensare ad una stretta associazione fra i meccanismi neurobiologici del legame sociale e dell’addiction (Schindler et al., 2005). Al riguardo è significativo uno studio che ha evidenziato come lo stile di attaccamento insicuro sia particolarmente caratteristico degli adolescenti che usano eroina (Schindler et al., 2005).

In un contesto come quello appena descritto si comprende come i meccanismi biologici possono essere influenzati non solo dagli effetti farmacologici della sostanza ma anche dall’ambiente e più nello specifico dal contesto sociale che è in grado di modulare potentemente i circuiti neuronali che stanno alla base della tossicodipendenza, rafforzando gli effetti gratificanti delle singole sostanze.

Se la tossicodipendenza può essere vista come una alterata capacità dell’individuo nel controllare i processi omoestatici perduti a seguito dell’uso cronico della sostanza, si comprende come nelle più gravi condizioni di tossicodipendenza i meccanismi regolatori cosiddetti di “allostasi” (il processo di raggiungimento dell’omeostasi perduta indotto da un cambiamento) non siano, di per sé, più in grado di ripristinare l’equilibrio fisiologico perduto (Koob e Le Moal, 1997; Koob e Le Moal, 2001). L’alterazione dello stato affettivo diventa perciò l’elemento più importante in grado di determinare l’ineluttabilità verso l’uso trasformandosi in uno dei principali targets terapeutici.

Con l’uso ripetuto delle sostanze l’equilibrio omeostatico in grado di controllare il cambiamento dello stato effettivo viene alterato e man mano che lo stato di dipendenza si sviluppa i processi allostatici non sono più in grado di controllare i processi fisiologici perduti spostando l’equilibrio in senso patologico.

L’alterazione dello stato affettivo e la sua disregolazione è perciò al centro dei processi patologici di dipendenza. Da: Koob, LeMoal, 2001.

 

FELICE NAVA, Medico specialista in Farmacologia Clinica e Psicoterapia ad indirizzo Cognitivo-Comportamentale, Dottore di Ricerca in Neuroscienze, Dipartimento delle Dipendenze ULSS n.8, Castelfranco Veneto, Treviso.

 

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